Andrea Pili, il calco per raccontare la fragilita' della vita
Bianco come il gesso e come il marmo, nero come l'ebano, grigio come il ferro, e ancora oro argento e bronzo a svelare forme che, libere nello spazio, leggere perche' vuote, fanno riflettere sulla fragilita' e la caducita' della vita. Si e' aperta al Teatro civico di Cagliari "Vanitas", la mostra dell'artista cagliaritano Andrea Pili, gia' impegnato con un'opera in "Gemine Muse", la manifestazione che mette a confronto i giovani artisti con la tradizione storico-artistica. Come il lavoro esposto alla Galleria comunale d'arte, la serie di opere che costituiscono "Vanitas" sfrutta in modo molto originale le potenzialita' espressive della tecnica del calco. L'artista crea la forma utilizzando vari materiali, legno, gesso, terracotta; gareggia con la statuaria antica, plasmando corpi umani e pose classiche oppure ricreando oggetti comuni, utensili da cucina, libri, frutti; infine, li ricopre della tela che, una volta indurita con la resina e ormai satura del colore, sopravvive alla distruzione della matrice stessa. "È un lavoro di preparazione e pazientissima fatica", scrive Alessandra Menesini, curatrice della mostra, in cui Andrea Pili, autodidatta, impegnato nella resa tridimensionale di modelli plastici, dimostra una grande abilita' manuale. Ma se il primo e immediato riferimento iconografico che l'osservatore ' portato a fare ' alla tradizione settecentesca delle figure velate della Cappella Sansevero a Napoli, pi' comunemente nota come la "Pietatella", alla Pudicizia di Antonio Corradini o al Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, in realtà il procedimento utilizzato da Pili e' opposto, più vicino a quei dipinti rinascimentali in cui l'illusionismo pittorico riusciva a rendere, nella bidimensionalita' della tela, la plasticita' dei corpi avvolti nei panneggi. Sono "tele tridimensionali" le opere in mostra, movimentate dal ripetersi dell'infinità di pieghe che assecondano le morbide membra delle figure come nel torso Venere , o accompagnano le improvvise torsioni e i repentini scatti dei corpi come in Dragoste , in cui la preziosita' dell’oro blocca nell'eternita' l'abbraccio passionale di due amanti. Nel caso dei lavori di maggiori dimensioni, l'osservatore è portato a girare intorno all’opera che quindi non si impone con un punto di vista privilegiato. Cosi' avviene nel caso di Adeea , per il cui modello ha posato la fidanzata dell'artista, e di Golden Garden , un'alta parete dorata, un giardino incantato, risultato dall'accumulo di forme libere, di pieni e di vuoti, chiusi in una griglia geometrica che ricorda la rigida struttura di Libreria . Sono creazioni scenografiche che ben si addicono all'elegante "palcoscenico" che le accoglie, alcune delle quali realizzate proprio in occasione della mostra. E' il caso di In rosso , un sipario carminio che il visitatore, un po' distratto, puo' facilmente confondere con una delle tante tende che arredano il teatro e che, gradualmente, svelano il percorso espositivo, attraverso i numerosi dislivelli dell’edificio. Una teatralita' che emerge anche dalla scelta delle pose come per la Leda , liberamente ispirata all'omonima opera di Alfredo Biagini, presente nella Collezione Ingrao, o la Toeletta , omaggio alla bellezza e alla "vanità" destinate anch'esse ad essere fugaci. La mostra, organizzata da Arteficio in collaborazione con la Fondazione Batoli Felter, sara' visitabile fino al 31 maggio.
di Marzia Marino